Venere, Marte e amorini

Sisto Badalocchio

Venere, Marte e amorini
Venere, Marte e amorini
Sisto Badalocchio
(Parma 1585 – Parma 1647 circa)

XVII secolo
olio su tela

86 x 121,5 cm
szf

Quest’importante tela riconducibile al pennello del pittore parmense Sisto Badalocchio, aiuto di Agostino Carracci e di Annibale, sembra appartenere all’epoca del secondo soggiorno romano dell’artista, intorno alla prima metà del secondo decennio del Seicento. Il dipinto si inserisce infatti convincentemente nella cultura del classicismo carraccesco nato all’interno del cantiere farnesiano e poi diffusosi per mano di giovani e talentuosi collaboratori del maestro, quali Francesco Albani, Domenico Zampieri detto il Domenichino, Antonio Carracci e lo stesso Sisto Badalocchio.

Con la scelta di un tema mitologico-amoroso il pittore recupera infatti modelli compositivi derivati dagli episodi dipinti nella galleria Farnese raffiguranti gli amori degli dèi. La stessa Venere, nuda e sdraiata su un triclinio all’antica tenta di riproporre, seppure con una certa algidità, la sensualità carnalissima e carica di erotismo delle dee affrescate nel capolavoro romano di Annibale Carracci. Tipicamente carraccesca è pure la presenza di una nutrita schiera di amorini, mentre lo stile pittorico caratterizzato da forti contrasti chiaroscurali denuncia con evidenza l’influsso dei modelli di Bartolomeo Schedoni.
Per le sue qualità compositive e cromatiche l’opera si presta poi ad essere confrontata con altri dipinti eseguiti dal Badalocchio tra il 1614 ed il 1617 come un Addio di Rinaldo e Armida di ignota ubicazione o l’Erminia tra i pastori della collezione del Duca di Northumberland. Infine, il ritrovamento della firma del pittore impressa in prima tela sul retro del dipinto distingue questa versione dalla sua derivazione, evidentemente successiva, conservata al Musèe de Beaux-Arts di Rouen.

Andrea Emiliani