San Gerolamo in preghiera

Ludovico Carracci

San Gerolamo in preghiera
San Gerolamo in preghiera
Ludovico Carracci
(Bologna 1560 – Roma 1609)

XVI secolo
Olio su tela

68 x 56,5 cm
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Il dipinto raffigura San Girolamo, dottore della Chiesa e teologo tra i più amati nelle opere d’arte cristiana per la devozione domestica, nel momento in cui le sue preghiere d’adorazione rivolte al crocifisso che stringe tra le mani conducono i suoi pensieri – ed il suo sguardo – verso il cielo addensato di nuvoloni grigi, come quelli che s’intravedono alle spalle della grotta in cui egli si è ritirato in meditazione.

L’opera, finora inedita, è stata ricondotta con certezza da Andrea Emiliani all’autografia di Ludovico Carracci – e specialmente al momento della sua giovinezza – per i caratteri tipici degli anni in cui la pittura emiliana, e bolognese soprattutto, inaugurava un graduale ma irreversibile rinnovamento figurativo da una tradizione di stampo cinquecentesco e manierista verso una sensibilità religiosa di tipo protobarocco, animata da un "nuovo" sentimento della natura.
La figura di Ludovico spiccava allora come uno spirito più complesso e moderno rispetto a quello dello stesso Annibale, poiché in grado di assimilare all’interno della propria poetica l’unione schietta di colto e di popolare, facendola coincidere con la dolce gravità del suo temperamento. Questa “sobrietà di costume” e questa “grave modestia” così connaturate nelle corde del pittore tanto da renderlo interprete raffinato della Controriforma e allo stesso tempo geniale anticipatore del moderno naturalismo seicentesco, si coglie bene nella forma chiusa di quest’opera di non grande formato, dove la figura dignitosa ed austera di Girolamo serba ancora il sapore della severa grandezza liturgica del coetaneo Bartolomeo Cesi, lui sì, rigoroso interprete dei dettami tridentini.
Ma negli anni della sua giovinezza Ludovico sa soprattutto infondere ai suoi dipinti sentimenti umanamente religiosi e schiettamente casalinghi che sono in lui connaturati, fin dall’inizio, per quel “movente lombardo” che già il Longhi aveva argutamente individuato quale motore primo della riforma carraccesca dopo le esperienze del Moretto, del Moroni e dei Campi cremonesi.
Le figure prendono vita da una tavolozza ridotta, secca e terrosa, prossima alla monocromia, come le terre brune che danno vita al San Girolamo a alla natura morta di oggetti che lo circondano: il teschio, i testi sacri, il calamaio: la tangibile verità di questi strumenti serve a ricondurre la storia sacra ad una dimensione umana modernissima.
Si avverte, in questo San Girolamo, anche l’eco di una sensibilità luministica nuova, dove la luce è vera e non sublime: essa rivela la natura e l’umanità delle cose, non serve lo stile. È questa la novità, già seicentesca, che l’Arcangeli definì “precaravaggesche” per l’anticipo con cui vi si esplorano soluzioni compositive e formali che vanno dall’interpretazione umana del fatto sacro all’uso di un’illuminazione verisimile e schietta, pur difendendo il decoro e la dignità della verità ottica delle cose.
È al giovane Ludovico che deve ricondursi questa prova pittorica. A lui infatti spettò il ruolo più puro e sperimentale al principio della riforma carraccesca: l'immediatezza e l'intimità con cui egli seppe guardare alla natura e al modo in cui l'uomo e la storia – specialmente sacra – si compiono in essa fu uno dei motivi per cui i pittori del suo tempo lo ritennero il capofila della scuola bolognese, come lasciano intendere le attualissime parole pronunciate da Guido Reni e riportate dal Malvasia: “Coì anche mi ricordo la intendea Guido, che solea dire, stimare egli più Lodovico, perché non era stato come i Cugini tanto attaccato alla scuola Lombarda, e alla Veneziana, che anche la Romana aver osservato non dimostrasse: che que’ duo’ s’eran dilettati d’una maniera a Tiziano, ed al Correggio simile; ma Lodovico, non ostante l’aver quelle osservato di Andrea del Sarto ancora, del Tibaldi, del Primaticcio, e d’ogni altro compiaciutosi, avevasi poi composto una maniera nuova, e propria, che poteasi dir la sua, e da ogni altra diversa”. E questa sua “maniera nuova, e propria” dallo stesso Malvasia è così riassunta: “E quel fare statuino non era tutto il suo genio, come altresì tutto non lo si era quella inerudita semplicità lombarda; ma cercava un misto che né l’uno né l’altro fosse, e dell’uno e dell’altro partecipasse”.

Gloria de Liberali