Ritratto di anziana

Annibale Carracci

Ritratto di anziana
Ritratto di anziana
Annibale Carracci
(Bologna, 1560 – Roma, 1609)

1580 circa
olio su tela

38,5 x 31 cm
szf

Questo piccolo capolavoro della ritrattistica carraccesca era un tempo nella collezione dello scrittore ed appassionato della storia e della critica d’arte Giuseppe Raimondi, quando ancora viveva e lavorava nel vecchio ambiente del padre stufaio in Piazza Santo Stefano a Bologna.

Si tratta, con ogni evidenza, di un’opera riconducibile agli anni giovanili di Annibale Carracci, forse addirittura alla sua adolescenza, e cioè attorno al 1580, essendo egli nato, come è noto, nel 1560 e quindi già attivo nel 1578-1580. In questi anni egli affrontava la sua prima esperienza pittorica indirizzata a cogliere della vita gli aspetti più immediati e spontanei attraverso una cultura – ed una tecnica – di natura sperimentale ed un fascino che già potremmo definire pittoresco.
Nella sequenza di schizzi e abbozzi di volti e fisionomie cui si dedicarono in gioventù tutti i Carracci nell’intento di perfezionare la resa pittorica delle espressioni e dei sentimenti bisognerà ricordare almeno il Ritratto di giovane della Galleria Spada a Roma, dove l’attenzione dell’artista è tutta concentrata sul viso, animato da un’espressione vitale e vagamente furbesca. Il tratto veloce e compendiario è tipico del bozzetto, e la dimensione realistica convive con l’intento di conferire all’immagine una valenza che è insieme anche psicologica ed introspettiva.
Bisogna poi considerare che a Bologna la pratica del ritratto dal vero aveva affondato le sue radici più profonde nel manierismo cinquecentesco di Prospero Fontana e Bartolomeo Passerotti: nutrito di fervida curiosità scientifica aldrovandiana il primo, domestico della minuzia descrittiva fiamminga attraverso la lezione del Calvaert il secondo. Da questa tradizione l’Annibale ritrattista apprende l’impostazione formale e morfologica del ritratto tradizionale cinquecentesco, il taglio prospettico ravvicinato, e l’attenzione per il contesto ambientale o le attitudini professionale ed intellettuali degli effigiati, mentre la sensibilità ai valori cromatici ed i morbidi passaggi chiaroscurali si arricchiscono nel momento dell’apertura verso il mondo figurativo veneto.
Un’altra significativa incidenza di stile nella giovinezza di Annibale è quella nota e comprovata dei pittori bresciani Giovan Battista Moroni e Sofonisba Anguissola, senza dimenticare la pittura di Savoldo e Moretto tra Brescia e Bergamo, che ben presenti nella cultura figurativa dei tre Carracci fin dai loro esordi diedero luogo a quel “costume insostituibile intonato ad un affettuoso timbro lombardo” già memorabilmente individuato da Roberto Longhi.
È dunque da una combinazione di tutti questi elementi stilistici e poetici che scaturisce la forza prorompente di questo Ritratto di un’anziana donna, descritta nelle fattezze fisiche dell’età avanzata e priva di mascheramenti: il volto ruvido, le rughe che ne solcano la fronte, il collo non più elastico e tonico stretto tra i fili di una collana di perline nere. Il volto, fisiognomicamente identificato, è di fatto affidato ad un’analisi di marcato rilievo anatomico, rilevando così la sua appartenenza ad un’età di studio come quella fin qui delineata intorno all’ottanta, e dunque da Annibale rivolta alle forme umane e al mondo naturale: le labbra serrate e le sopracciglia corrugate esprimono una personalità complessa ed appartengono ad una visione di intensità naturalistica mentre riflettono un cosmo di forte e visibile e espressione.
La mente non può non correre, allora, a quell’immagine di nobile castigatezza che è il Ritratto della madre, che un bolognese della generazione successiva, il “divino” Guido Reni, dipingerà circa trent’anni più tardi, ricordandosi della poetica naturalistica rivoluzionariamente introdotta in pittura dai suoi maestri e predecessori in opere come questa, appena prima di intraprendere una strada che lo porterà presto a farsi interprete di una vocazione per l’apollineo e per il sublime scegliendo di dar vita ad una natura ormai emendata da ogni umana incertezza.
Per questo caratteristico sguardo sulla realtà – la nuova “apertura di finestra” che per Longhi costituì l’aspetto più significativo della riforma carraccesca – quest’opera rivela nella sua sprezzata esecuzione una tavolozza densa di virtù pittoriche che preannunciano sull’orizzonte della scuola bolognese le glorie a venire del giovane Guido Reni: un’impressionante coincidenza di genio pittorico colto nel momento della sua più alta espressione, mentre si affacciano già le grandi imprese della maturità con cui saranno celebrate le glorie del “nuovo corso” nel quale maturò l’arte universale di Annibale Carracci.

Andrea Emiliani