Zanasi Foundation: Binomio tra Scienza ed Arte

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La mia famiglia è radicata da secoli nel core dell’Italia settentrionale nel “triangolo d’oro” tra Milano, Venezia e Modena, dove componenti della stesso ceppo, sono presenti in ognuna di queste città: un area che da sempre ha dato adito ad una predisposizione al fare, creare, realizzare, grazie ad un patrimonio culturale genetico che ci spinge alla  continua operosità oltre ogni limite e ad un profondo amore delle proprie radici per la bellezza, la storia e arte che ci ha da sempre circondato e che da generazioni abbiamo apprezzato.

Un humus che ci permea e che trasliamo da padre in figlio. Il recente terremoto in un periodo che per la grave crisi economica ha costretto a tagliare drasticamente ogni fonte di sovvenzionamento per il recupero di questo nostro patrimonio storico culturale,ci ha dato un primo input al cercare di fare qualcosa, al fine di creare una catena solidale, nel tentativo di non sostituirsi alle istituzioni ma collaborare in modo fattivo con le stesse, per cercare di recuperare tale patrimonio secolare che contraddistingue il nostro paese da ogni altra nazione: in una superficie di soli300mila mq deteniamo il 6(2)% del patrimonio artistico e culturale mondiale, di cui 1/3 solo circoscritto all’area di cui sopra, ma per problemi economici ed interessi diversi non riusciamo a valorizzarlo, ma soprattutto a tutelarlo, tanto che deve intervenire la CEE per segnalarci che stanno cadendo a pezzi i più importanti pezzi della nostra storia e cultura, mentre alcuni grossi privati  vengono se non bloccati, almeno disaffetti , dovendo sottostare a cavilli burocratici assurdi, là dove potrebbero intervenire subito e completamente. Esistono già diverse importanti fondazioni che attraverso fondi provenienti dalla loro matrice, le banche, si stanno adoperando nel sociale e nell’elargire proventi per la ricostruzione civile ed industriale post-terremoto. Nel nostro piccolo, aree locali del modenese, in cui si è incentrata la nostra storia famigliare, anche sesolo parzialmente sfiorate dal sisma, hanno però perso ogni possibilità di finanziamento, e sono entrate da diversi anni in una forma di abbandono dalle istituzioni culturali, amministrative, politiche e religiose per la totale mancanza di alcuna sovvenzione: non ultimo  una forma di disaffezione  della gente anche comune,  là dove una forma di marketing in voga oggi dai media, spinge più ad un percorso di tipo enogastronomico di bassa lega,che ad una indicazione ad un recupero culturale di siti e tradizioni secolari che molte delle nuove generazioni apprezzerebbero se ben indirizzati.In base a tali presupposti, uno degli gli scopi della Fondazione si basa su interventi nell’ambito del recupero del patrimonio culturale locale, che comprende i beni archeologici, artistici, architettonici, museali, archivistici ed ambientali, ma anche le attività artistiche, culturali e performative in particolare del nostro territorio emiliano.  La vastità e l’entità dei problemi spingono la Fondazione ad indirizzare le proprie risorse, grazie anche alle sponsorizzazioni che amici comuni ci aiutano a raccogliere, verso iniziative che favoriscano la valorizzazione di un bene dal punto di vista della fruizione da parte dei visitatori. Nell’ambito dello spettacolo, l’obiettivo è diffondere la pratica artistica ed aumentare la partecipazione del pubblico.

Il recupero di un palazzo storico vincolato nelle prime colline modenesi, in associazione al recupero della cinta muraria, permetterà alla fondazione di creare un primo centro culturale in cui andare a collocare quegli elementi della nostra storia che permettono un bridging tra passato e futuro: dai capolavori emiliani inediti del 500 e 600, alle ceramiche graffite emiliane, alle carte geografiche a stampa della Langobardia ed in particolare del Ducato di Modena ……e alla realizzazione di un polo satellite per lo studio delle biotecnologie.  

La’ dove esiste un amore profondo della propria storia e cultura si associa ancor di piùun amore smisurato su quanto, come medico ricercatore e chirurgo, cerchiamo di realizzare nell’ambito scientifico delle biotecnologie. Alla continua ricerca del bello/perfezione in tutte le sue forme, il fuoco sacro che ci ha sempre mossi è stato quello della ricerca del recupero morfologico e soprattutto funzionale di una struttura articolare che ha tolto al paziente quella qualità di vita che ne permetteva di svolgere tutto quanto volesse. In questo ambito la ortopedia, la mia specializzazione,  ha fatto passi da giganti ed il credo oggi è quello di massimalizzare la resa funzionale di una articolazione sostituita grazie allo sviluppo di materiali e tecniche chirurgiche sempre più raffinate; ma è in questo ambitoche, come consultant delle più importanti multinazionali nell’ambito ortopedico,la dove abbiamo già  permesso di ottimizzare il recupero di queste articolazioni, vedo ancora insoddisfazioni: sia per certe forme di discomfort che non tolgono completamente al paziente ogni sintomo soggettivo ed oggettivo; sia per la durata dell’impianto, destinato dopo ca 15 massimo 20 anni ad essere sostituito;  sia per le limitazioni all’espressione di qualsivoglia attività sportiva, ludica, lavorativa, in quanto una articolazione artificiale per poter durare dovrebbe sempre essere “risparmiata”. Su questo ambito, fin dai primi anni della specialità, ho cercato, accanto al percorso di affinamento dei materiali e tecniche chirurgiche per massimalizzare performance e durata dell’impianto, di percorrere lo studio sulle biotecnologie: osteggiato come clonatore della pecora Dolly 15 anni fa, quando dopo che Mats Brittberg consegnò alla storia della ortopedia la prima casistica di clonazione cellullare della cartilagineda coltura (BJJS,1994), fui il primo chirurgo ad applicare questa tecnica in Italia, ricostruendo su una gonartrosi già da sottoporre ad impianto protesico e già osteotomizzata, due dei tre comparti danneggiati del ginocchio di una giovane paziente sportiva; ad oggi a 16 a di distanza  la paziente continua la sua attività lavorativa e ludica continuando a giocare a tennis con il Suo ginocchio. Sfortunatamente  mi trovai a combattere con la ignoranza della materia e fui diffidato tre volte a perseguire questa attività, bloccandomi con comitati etici  ancora non esistenti, in quanto stavo sviluppando qualcosa che era considerata fantascianza: per qualcuno “l’enfant prodige” stava precedendo di ca 10 anni lo sviluppo di una materia che a tutt’oggi è in costante divenire ma ancora rappresenta il know-how universalmente validato e consolidato per la ricostruzione delle piccole perdite di sostanza. Con l’avvento delle cellule staminali la storia si ripete: quando devi fare qualcosa di nuovo e diverso hai contro il mondo ufficiale accademico che non è incline alle novità. Si ravvisava che già il tempo della clonazione dei tessuti,con la coltura cellulare, poteva essere sorpassato da una tecnica con la stessa resa ma con la possibilità di un singolo intervento e spese fortemente ridotte:  per la ricostruzione e clonazione di un tessuto, ad ex cartilagineo,si necessita di un tempo chirurgico di prelievo del tessuto sano in area non di carico e del suo invio in un centro dedicato. Qui le cellule vengono separate e poste in un medium di cultura per espanderle al fine di ricostruire, con un secondo tempo chirurgico -a distanza di ca 30-40 gg-, la perdita di sostanza, con spese della sola procedura che si aggirano a ca 8-10.000€. Oggi vengono prelevate le cellule staminali totipotenti dal midollo o dal tessuto adiposo per poi separale, processarle ed attivarle  nella stessa sala operatoria e nello stesso tempo in cui il chirurgo prepara la base per l’impianto con spese totalmente ridimensionate. Oggi il challenge è riuscire a ricostruire la articolazione distrutta o parzialmente lesionata non più con una protesi sostitutiva, seppure parzialmente, della stessa, ma con una bioprotesi ovverossia con il solo patrimonio biologico dell’umano che verrebbe e replicare la parte od il toto della articolazione, muscolo, osseo irrimediabilmente danneggiata dal trauma, dalla neoplasia, dal processo degenerativo.

Siamo entratia far parte dell’ultimo anello- quello clinico-applicativo di uno studio completo per verificare anche in Italia la possibilità di risolvere gravi patologie, e non solo ortopediche, con l’utilizzo delle cellule staminali.

La Fondazione vuole contribuire nell’ambito delle biotecnologia alla creazione di un ambiente favorevole alla ricerca scientifica, al trasferimento tecnologico e alla valorizzazione dei risultati della ricerca applicata attraverso l’ uso delle cellule staminali, con la realizzazione di reti e partnership, la partecipazione a progetti internazionali, lo sviluppo del capitale umano, l’innalzamento del livello qualitativo della produzione e della comunicazione scientifica e la diffusione degli esiti della ricerca nell’ambito medico, in particolare ortopedico ma comunque coinvolgente a tutto tondo il sapere medico per far si che la medicina rigenerativa rappresenti la risposta già oggi alle miserie delle gravi patologie umane tuttora mal o parzialmente curabili.

La Fondazione Zanasi si sviluppa pertanto su due grandi tematiche, l’arte e la scienza medica, operando in quattro aree: Arte, Cultura, Ricerca Scientifica, sviluppo applicativo delle biotecnologie ma avendo un comune denominatore: l’amore della bellezza nel senso più lato della parola, inteso come amore per la REALIZZAZIONE o la SALVAGUARDIA/RECUPERO di un “entità” sia un dipinto, o un palazzo o… una articolazione, in grado di dare felicità a chi lo riceve e a chi la porta. Bellezza e Arte non sono concetti coincidenti. Parliamo di Bellezza quando godiamo qualcosa per quello che è, indipendentemente dal fatto che lo possediamo. È bello qualcosa che, se fosse nostro, ne saremmo felici, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro.

Il recupero e la tutela delle “bellezze” del nostro territorio è uno dei nostri dovere ed obiettivo.

La chirurgia plastica ed ortopedica in genere possono considerarsi una delle massime espressione del gesto creativo atto a ripristinare una morfologia e soprattutto una funzione persa da una patologia traumatica, degenerativa o tumorale ed in questo ambito può considerarsi una delle più elevate forme di arte. Ma l’arte di per sé significa realizzazione di un gesto che debba dare piacere a chi lo esegue e a chi fondamentalmente lo fruisce intersecandosi pertanto in una unica performance che si accomuna a quella del gesto chirurgico. La medicina, ed in particolar modo la chirurgia,  oggi più che mai è scienza ed arte: scienza perché si basa sullo studio oggettivo (dunque sempre verificabile) delle cause delle malattie e dei sintomi di queste, sempre riferibili a processi consequenziali in qualche modo controllabili (nel loro divenire o nelle manifestazioni ultime) attraverso esami diagnostici attualmente sempre più sofisticati. Arte perché chi pratica la medicina (il medico) deve avere la capacità di estrarre da una massa di reperti obiettivi contraddittori, o da una pagina stampata da un computer fitta di risultati strumentali, quegli elementi che assumono importanza cruciale per: decidere in un caso difficile se "trattare" od "osservare"; determinare quando un dato elemento clinico è meritevole o meno di approfondimento; stimare in ogni paziente se un particolare trattamento (o terapia) crea un rischio maggiore che non la stessa malattia. Tutto ciò, cioè combinazione di conoscenza medica, intuizione e giudizio, è noto come "arte della medicina", arte altrettanto importante di una profonda conoscenza scientifica. Ma soprattutto è arte il fine gesto chirurgico inteso a ridare forma e funzione dopo una malattia localmente distruttiva.

Su questo filo conduttore la Fondazione presenta un nuovo progetto di valorizzazione artistico-territoriale, recuperando all’attenzione di tutti gli emiliani ed ai cultori della materia, nonché agli amanti dell’arte,  una serie di capolavori inediti, soprattutto giovanili, della grande pittura emiliana del ‘500 e ‘600: nell’arco temporale della attività dei pittori la storia dell’arte individua fasi di realizzazione che comporta stili e tecniche che pur con lo stesso imprinting si palesano con espressione spesso fortemente diversa. Le opere giovanili sono quelle della freschezza, della intraprendenza, della innovazione e della rottura nei confronti della tradizione:  per questo rappresentano gli esempi figurativi che meglio identificano la forza di questo artista.

Si sono programmate una serie di mostre ciascuna correlata di un catalogo che entrera’ a far parte di una breve collana editoriale di formato attuale, pratico e intrigante (20,5x26 in altezza) ed elegante,  con copertina telata rigida con scritte a fuoco in oro o argento e sovracoperta a quadricromia.

La collana de “la riscoperta di capolavori inediti giovanili della grande pittura emiliana del ‘500 e ‘600”  ha presentato  alle stampe questo  primo volume  “ I Carracci. Capolavori giovanili di Annibale, Agostino e Ludovico nel passaggio tra manierismo, classicismo e barocco” che ho avuto il piacere di  distribuire in occasione della “notte dei musei”, il 16 maggio 2015, allorchè abbiamo organizzato a Castelvetro di Modena, in collaborazione con il Prof. Emiliani e la Dr.ssa De Liberali,  con  la cura del Prof.. Baldassarri, la mostra “La notte dei Carracci”.

E’ un evento che si è calato completamente nella atmosfera rinascimentale della piazza della dama dove i figuranti della dama vivente hanno accompagnato gli ospiti alla visita del “Museo dei fili d’oro a palazzo”, dove erano esposti i tre capolavori giovanili di Annibale, Agostino e Ludovico Carracci.

La presentazione dei capolavori ha permesso di rendere fruibili le opere, secondo uno dei principi fondamentali della Fondazione stessa, che è appunto quello di divulgare la conoscenza presso il pubblico delle opere presenti in collezione, attraverso prestiti e l’organizzazione di mostre in importanti sedi museali, nonché attraverso la promozione di pubblicazioni di carattere storico-artistico-culturale nonché scientifico  che approfondiscano ulteriormente la conoscenza delle stesse.

In stretta connessione presso il Club La Meridiana di Baggiovara di Modena la ZFO presenterà un “socratic debate ” tra il prof. Zanasi che parlerà delle cellule staminali, e delle loro applicazioni cliniche  e l’ avv. Fiorentino che parlerà degli aspetti etici e giuridici dello sviluppoe clinica delle stesse.

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Il logo rappresenta la stilizzazione dall’alto di un PILASTRO, ovverossia di una colonna con fusto a sezione quadrangolare. Il pilastro è in architettura un piedritto ovvero un elemento verticale PORTANTE che trasferisce i carichi dalla sovrastruttura (architrave, arco, trabeazione) alle strutture sottostanti preposte a riceverli.

I quattro angoli della base e del capitello del pilastro/colonna rappresentano gli elementi arte, cultura , scienza, ricerca, che trasferiscono il “carico” dell’unità funzionale, il pilastro ovverossia la ZFO.

E questo è il suo motto

SONO, PERCHE’ ERO E POTREI ESSERE MA SONO

Ancora,  arte e medicina si possono correlare ad una altra situazione: ad esempio, a Bologna, all’Istituto Ortopedico Rizzoli, da quest’anno è attiva la sperimentazione del metodo Videoinsight nel processo riabilitativo delle persone operate di ricostruzione del legamento crociato anteriore del ginocchio: il trattamento consiste nel presentare ai pazienti immagini accuratamente scelte dall’arte contemporanea, con l’obiettivo di curare il disagio psicologico e psicosomatico che accompagna di norma lo stato di malattia, aumentare la resistenza allo sforzo e alla fatica, potenziare le risorse cognitive e comportamentali nel percorso di cura e riabilitazione. Si tratta di una prospettiva che sta avanzando in campo medico e che vede l’inserimento degli aspetti culturali, più precisamente di quelli artistici, all’interno della pratica medica.

Sandström nel 2000 ha fondato l’Associazione svedese “Arte Cultura e Salute” a seguito di studi che aveva iniziato fin dagli anni sessanta e facendo riferimento ai risultati delle sperimentazioni condotte, sempre in Svezia, da Britt-Maj Wikström e Boinkum B. Konlaan: in tutti questi lavori risultava evidente come l’esposizione del paziente alle immagini artistiche poteva potenziare le condizioni di salute e il generale stato di benessere; anche se devono ancora essere ben studiate e verificate le condizioni e le modalità di tale esposizione e l’insieme delle iniziative che devono accompagnarla. Se è intuibile il fatto che nei luoghi in cui si concentra la sofferenza umana c’è maggior bisogno dell’arte, è altrettanto chiaro che «umanizzare un ospedale non significa abbellirlo con opere d’arte disposte qua e là in un ambiente non concepito per questo». Il discorso quindi è più ampio e implica la consapevolezza, ben espressa da Romano Del Nord ordinario di tecnologia dell’architettura all’università di Firenze, del fatto che «esiste una stretta interdipendenza tra l’ambiente, la malattia, il benessere di ciascun individuo. Oggi l’affronto della malattia richiede una visione olistica delle relazioni tra corpo, psiche e ambiente. Il paziente deve essere aiutato a riappropriarsi del proprio processo di guarigione, recuperando e valorizzando gli aspetti emozionali, intellettuali e sensoriali. Ciò implica una visione dell’individuo che non è più una somma meccanica di parti ma piuttosto un organismo complesso fatto di corpo, di psiche e di anima».

Nel quadro dei rapporti tra arte e medicina non poteva mancare la musica. Oggi la musicoterapia si avvale del contributo delle neuroscienze che documentano l’importante effetto del suono e della musica sul cervello (ad esempio sulle aree limbiche e paralimbiche, motorie e premotorie) delineandone le potenzialità terapeutico-riabilitative a livello psichico, comportamentale, motorio e cognitivo. «Il punto centrale della terapia con la musica– dice il musicoterapeuta Alfredo Raglio – è il nesso suono-relazione, nella sua complessità e nelle diverse applicazioni. L’obiettivo degli interventi è riconducibile alla dimensione intra e interpersonale dell’individuo, nonché al ripristino e/o al potenziamento di funzioni compromesse dalla presenza di una patologia, riducendone i sintomi o prevenendo/stabilizzando le complicanze determinate dai sintomi stessi».